kalzum-kor

Ricordo una delle mie prime visite a Djilo Sele. La zingara con cui stavo discorrendo aveva l’indefinibile tono che tutti i vistani assumono parlando di Barovia: «Nulla può uccidere tanto rapidamente o tanto lentamente quanto i Balinok…». Così disse.
Naturalmente, pensai subito che l’aforisma si adattasse perfettamente anche a Kalzum Kor.

Sin dalla più tenera età ho nutrito un amore indescrivibile e un altrettanto ineffabile terrore per queste montagne alla cui ombra sono nata. Esse sorgono alle spalle di Vlakoth, troneggiando sul villaggio che sembrano minacciare e proteggere allo stesso tempo. Quasi tutti i Vlakothiani guardano ad esse con quel tipico miscuglio di paura, rispetto e ammirazione che solo certi tiranni sanno incutere. Come un tiranno, la montagna è equanime ma spietata, è violenta ma non sadica, è indifferente alle contingenze e proiettata verso obiettivi imperscrutabili e ulteriori, che i suoi sudditi ignorano o non comprendono.

Gli abitanti del villaggio conoscono piuttosto bene le più basse pendici della catena montuosa, tradizionale zona di pascolo del nostro bestiame. Queste terre familiari tuttavia si fanno d’improvviso misteriose, mano a mano che la vegetazione si infittisce arrampicandosi verso le cime, sino a mutarsi in un’ oscura e vasta distesa boschiva oltre la quale, dopo miglia in salita,  sopravvivono solo i gemiti lugubri del vento e il candore assassino della neve. Da questo punto in poi il territorio resta in gran parte inesplorato, e di fatto sopra una certa quota non è mai stato visitato da alcun viaggiatore che sia poi tornato a raccontare i suoi segreti. Io stessa, che più di ogni cosa desidero conoscerli, sono consapevole di non essere pronta ad una sfida di tale portata, e giunta al principio dei ghiacci mi sono sempre vista respingere dalla loro severità implacabile.

I picchi più alti, spazzati da venti che ululano e distruggono e adornati da ghiacciai che nessuna stagione ha mai sciolto, sono semplicemente preclusi agli umani. Nessuno ha mai neppure impartito un nome a queste alture imponenti e crudeli. Sebbene la loro vista sia magnifica abbastanza da spezzare il respiro e gli antichi canti le dipingano come fortezze di ghiaccio per chissà quali tesori l’isola non ha ancora dato i natali a qualcuno di abbastanza coraggioso, forte e scaltro da superare le insostenibili difficoltà della loro esplorazione. O almeno, se questo è accaduto, io non ne ho notizia.

Si dice che i territori più estremi della catena montuosa siano abitati da creature fortissime e maligne, da animali feroci temprati da condizioni di vita intollerabili, da spettri fatti solo di neve e da esseri metà uomo e metà bestia che nelle notti di luna si spingono ringhiando oltre le foreste e sino alle porte del villaggio, in caccia di carne imprudente. In effetti posso confermare per esperienza diretta il fondamento almeno parziale di tali leggende, ma è il caso di specificare che la Montagna non ha certo bisogno di abitanti spaventosi farsi temere.
Chiunque abbia più senno di un fanciullo è in grado di capire dopo una sola occhiata a quelle vette acuminate e bianche che esse non intendono risparmiare alcuna vita, così come del resto non si interessano di spezzarne. 

Kalzum Kor non condivide la malignità aperta, la minaccia bramosa che si può sentire o solo immaginare in altri punti dell’Isola, a Stille Traer, ad esempio, o a Munn. Somiglia piuttosto ad un gigantesco animale in attesa, non in caccia. A una creatura saggia e spietata, addestrata all’indifferenza dalla incomprensibile pazienza dei secoli, che osserva la sopravvivenza e la morte di chi attraversa il suo sguardo senza piacere, indulgenza o cordoglio. Con distaccata e gelida sapienza.  

 Da Ingrid  Krueger a Gwain Bryenh