n uomo di vlakoth
“Non starmi tra i piedi ragazzina.”
I due metri di Thorgsil mi incombevano addosso. Dovevo forzare il collo in una posizione dolorosa per riuscire a guardare il suo unico occhio puntato all’orizzonte, ad est, verso le palizzate distanti del vecchio cimitero. Le sue trecce grigie spiovevano come funi d’acciaio ai lati della faccia sfregiata, lunghe tanto che avrei potuto aggrapparmici, pensavo, per scalare il colosso e persuaderlo a darmi un po’ di attenzione, se solo fossi riuscita a spiccare un salto come si deve.
“Mi hai sentito? Non puoi venire con me.”
Grugnì
Thorgsil abbassandomi finalmente addosso l’ occhio. Ero
ipnotizzata dal suo polso enorme che si muoveva per far roteare
l’ascia, portandola in spalla mentre muoveva il primo passo
verso
il minuscolo recinto di sepolture che mi era stato a più
riprese
proibito come territorio di esplorazione. Lo ammiravo senza riserve, vi
assicuro.
Thorgsil potrebbe essere considerato il prototipo esemplare del
guerriero di Vlakoth, non fosse stato per il fatto che oltre a non
temere i vivi non si lasciava spaventare neppure dai morti.
Né
da quelli che dormono né – lo scoprii quel giorno
- da
quelli che camminano.
Mi scartò bruscamente e si mosse verso il cimitero con l’arma sulla spalla, la testa bassa e l’umore peggiore del mondo. Partiva completamente solo, anche se sapeva benissimo cosa stava succedendo laggiù. Naturalmente aveva con sé un amuleto di Herah e tutta la forza che un corpo umano può contenere, ma non era riuscito a trovare neppure un compagno, perché la gente di Vlakoth dei morti ha paura. Aveva bussato a un certo numero di porte per raccogliere guerrieri, trovandosi davanti teste scosse, muti dinieghi, accuse di pazzia e tutte le varie forme che un fenomeno di rimozione collettiva può assumere. Nessuno voleva ammettere che stava succedendo qualcosa di turpe e innaturale tra le nostre tombe, ai nostri morti.
Dalle nostre parti i corpi dei morti in battaglia e dei guerrieri si bruciano, gli altri si seppelliscono nel piccolo cimitero ad Est del villaggio, con tutte le cure e i riti necessari a dissuaderli dal tornare. Non usiamo visitare queste sepolture in seguito, perché ricordiamo coloro che abbiamo consegnato alla terra nei canti e nei racconti, non certo inginocchiandoci davanti a un tumulo ammutolito. Non che il nostro cimitero sia lasciato in balia degli animali e delle creature della montagna. Semplicemente, di queste tombe si occupa un uomo solo: Thorgsil. Per questo è tanto rispettato e temuto, perché lui è quotidianamente vicino a tutto ciò da cui la maggior parte di noi fugge.
E’ alla luce di questo che bisogna osservare l’impresa di Thorgsil, se la si vuole comprendere. Non disprezzava la propria vita, né il suo sangue si gelava meno di quello degli altri all’idea di trovarsi davanti a un morto che cammina e morde, scavando le altre tombe per risvegliare immondi fratelli. Non si considerava nemmeno una specie di eroe. Semplicemente lui era l’Uomo del Cimitero e quella faccenda lo riguardava personalmente. Non poteva ignorarla, occuparsene era una specie di questione di onore, capite? Il compito che la sua gente gli aveva affidato.
Come dicevo prima, lo ammiravo senza riserve e mi faceva
paura. Ma
quel giorno avvertii un emozionante senso di pietà misto ad
invidia per la drammatica solitudine da eroe con cui andava a
combattere. Sentivo che la forza del suo cuore non poteva non
corrispondere ad altrettanta bontà segreta, e guardando le
sue
spalle abnormi che si allontanavano in direzione del pericolo, seppi
con assoluta certezza che Thorgsil, l’uomo del Cimitero,
aveva
bisogno di me anche se ero piccola e femmina.
Corsi verso di lui, lo superai e mi misi di mezzo.. Il barbaro si
fermò, e assunse un’espressione che nessuno gli
aveva mai
visto in faccia, indecifrabile e quasi smarrita. Da quello
sguardo compresi che non mi avrebbe mai sferrato il calcio promesso se
lo avessi seguito contro i suoi ordini. Gli dissi orgogliosamente che
sarei andata con lui, perché nessun uomo deve camminare
incontro
ad una simile sfida solo, senza l’appoggio di chi crede in
lui.
Parlai appassionatamente e a lungo, emozionata, e nel suo occhio severo
lessi stima del mio coraggio, silenzioso rispetto:
l’Uomo
del Cimitero avrebbe accettato da me l’aiuto
negatogli dai
miei fratelli e avremmo vinto insieme.
Thorgsil era un uomo di poche parole e tacque per tutto il tempo della mia arringa. Quando ebbi finito il suo gigantesco stivale si sollevò con velocità e forza. Un movimento di curiosa perfezione estetica pur nella sua bruta immediatezza: dal suolo polveroso al mio fianco esile, senza deviazioni. Sentii la gabbia toracica cedere e mi sollevai da terra, planando a lato del sentiero col respiro mozzo e ogni singola fibra dolente. Capii che non sarei riuscita a muovermi normalmente per un paio di settimane, e in questo sì che il mio istinto fu confermato dai fatti.
Mentre il mio corpo cercava invano di ricordare, oltre la nebbia del dolore, i movimenti esatti per rialzarsi, Thorgsil riprese il sentiero finalmente libero e si avviò solo verso il cimitero. Fece ritorno che era quasi buio e da quel giorno, per molti anni, nulla che non fosse vivo si mosse più tra le tombe di Vlakoth.
Per tornare alla vostra domanda iniziale, Arthur, se mi chiedete che genere di individuo ho in mente quando penso a un uomo buono… beh, ora lo sapete. Ho in mente Thorgsil.”
Da una lettera di Ingrid Krueger ad Arthur Foxgrove