ovine di
Silverydown
“…Per un momento pensai si trattasse di un prodigio, o di un miraggio: dopo tanta terra incolta e la polvere della strada a velare i finestrini che incorniciavano solo la monotona brughiera ecco che il sole ormai calato all’orizzonte sembrava essersi disteso a riposare in una pozza di luce d’oro! [..] è bastata un'altra mezza ora di cammino perché credessi alla nostra guida. La distesa d’oro, oramai di un’ambra sanguigna, si andava modellando in guglie e cupole che la facevano somigliare alla più raffinata corona regale distesa sulla collina bluastra. [..] Oltre le mura ci ha accolti il suono delle campane d’argento che annunciavano i vespri della sera alla Cattedrale, un suono forte e cristallino che pare raggiungere ogni arteria di questo incredibile luogo. Nessun bambino è accorso a chiedermi carità e nessuno dei pochi ragazzi che hanno circondato la mia carrozza da straniero e che mi hanno abbandonato al richiamo delle campane, correndo verso il labirinto delle strade pulite e colorate dalle insegne delle botteghe diretti alla funzione serale, sembrava sapere cos’è la parola fame. Non ho mai veduto tanta prosperità unita a tanta civiltà. [..] Cercherò di resistere alla tentazione di confermare la fama dei musici delle taverne della Piazza del Sole, e di andare a riposare presto.. vorrei riuscire a cogliere il sorgere del sole per potere godere dello spettacolo che ha dato il nome a questa città, e che ha detta del nostro cocchiere è dieci volte più stupefacente del tramonto. Pare che la luce fredda dell’alba e i tetti argentei sappiano unirsi in una luminosità che nemmeno il platino delle lontane miniere di Sidnar nel regno di Darkon sa eguagliare.”
La strada che da Morken portava alla meravigliosa Silverydawn oggi è poco più di una mulattiera assediata dalla vegetazione robusta e bassa della brughiera che lavora per cancellare ciò che rimane dell’antico lavoro delle decine di ruote di carri e zoccoli che quotidianamente, per decenni, hanno pazientemente ricavato un’ampia carreggiata nella pianura. Il viandante che smarrita la via decidesse di seguirla verso nord, si troverebbe presto o tardi sotto le mura diroccate ma ancora robuste che cingono in un frammentario abbraccio un gigantesco labirinto di rovine che forse non ha pari anche oltre il mare che lambisce Arshmork.
Pochi sono gli edifici al suo interno cui il tempo e l’assenza di cure hanno definitivamente spezzato le ossa di legno robusto, e quasi l’intera planimetria dell’antica capitale del commercio dell’isola è conservata, benchè su nessuna costruzione manchino i segni della distruzione del fuoco o dell’erosione della pioggia e della neve che hanno spezzato travi, corroso tetti e pavimenti, polverizzato scale e scavato ampie buche in ciò che resta dell’acciottolato ordinato che lastricava le strade principali.
Qualsiasi abitante del regno conosce un’infinità di dicerie e racconti sul massacro che rase al suolo Silverydawn, ma nessuno che fosse presente quel giorno è sopravvissuto. L’unico aneddoto assolutamente certo è che edifici e mura furono espressamente lasciati a sé stessi e non abbattuti, “Finchè il tempo non li cancelli” secondo il lapidario ordine impartito da Blasko in quella terribile notte d’estate del 747, quando dalle torri di Morken era possibile vedere la macchia di purpurea incandescenza con cui il riverbero delle fiamme morenti faceva splendere un ultima volta, e mai così lontano, i tetti così famosi del gioiello dei mercanti.
Racconti e ricordi maggiormente abbondanti e veritieri invece ricordano lo sviluppo della piccola comunità costituita in prevalenza da sacerdoti del Signore del Mattino e dalle loro famiglie che via via aveva accolto contadini e poi artigiani, mercanti e intellettuali e che avevano dato vita a una cittadina che aveva miracolosamente sventato la miseria di costumi che sempre si accomuna alla crescita rapida di un centro rubano, e che nei decenni aveva visto la trasformazione del vicino ostello in un vero e proprio ospedale sotto la cura dei chierici del e le proprie porte costantemente percorse da mercanti e visitatori, attirati dal raffinatissimo artigianato di gioielli e metalli preziosi e dalla ricchezza di intrattenimenti e libertà intellettuale lontana dallo sguardo dei Legislatori.
Nessuno osa pubblicamente – e oramai il tempo ne ha indebolito l’urgenza e l’interesse – fare illazioni sulla precisa ragione per cui l’esercito del Regno ha attaccato con l’unico obiettivo di cancellare la popolazione della ricca città d’argento, e se il sanguinario desiderio di una punizione esemplare per tanta sprovveduta indipendenza religiosa ed economica sia nato prima oltre le spesse mura del Palazzo dei Blasko o sotto le silenziose volte della Cattedrale di Morken.
Nel periodo immediatamente successivo alla caduta della città il timore dei morti e delle malattie ha protetto dai saccheggiatori i beni sepolti dal sangue e dalla cenere, ma il passare delle stagioni e il disfarsi dei cadaveri hanno diluito il rispetto superstizioso per gli scomparsi senza sepoltura: gli sciacalli hanno già provveduto molto tempo fa a depredare quel poco che il ferro e il fuoco avevano risparmiato, ed è raro per chi si trovi vicino alle porte cadenti delle rovine scorgere bande di ladri che vi si avventurano. Negli ultimi anni tuttavia, diversi contadini diretti a Mork Skog a tagliare legna giurano di avere visto sagome mostruose muoversi attorno alla città al tramonto, ma all’oggi non esistono sono resoconti attendibili di aggressioni, né risulta che alcun viandante sia mai scomparso entro le sue tetre mura.
Arshmork